Ima areknames. Malha areknapes. Atenoip arret elevoun sisoprommatem ereitnorf alled etnem. Ocrop iod.

 

EPISODIO 1 – L’ARRIVO

Mettiamo che i protagonisti di questa storia si chiamino Matteo e Beatrice, così. Mettiamo pure che Matteo accetti di andare a lavorare gratis perché è uno  che si prende bene quando, nel mezzo del niente della provincia più bassa e gretta che caro Vasco vieni a cantare questa checcazzo Ferrara, succede qualcosa che coinvolge la musica, i ragazzi e l’arte. Mettiamo che Beatrice decida di accompagnare Matteo in questa spedizione a 80 km di distanza, perché è una stronza e ha già capito che –con quella concentrazione di fricchettoni, santoni del sabato pomeriggio, ballerine pancabbestia e sessantenni coi capelli lunghi e il riporto, ci sarà tanto da divertirsi.

EPISODIO 2 – IL FONICO

Matteo era arrivato da ormai quindici minuti e da almeno dieci veniva mandato, carico di tutto il suo materiale, da un lato all’altro del campo in cui si teneva l’evento. Spostati alla cala della luna, muoviti verso la terra delle stelle, secondo me potresti piazzarti nella piana dell’anima. Tutti questi posti coi nomi esotici e decisamente irritanti erano soltanto degli spiazzi che si aprivano tra lo stand del gruppo folk di San Nicolò Arcidano e il banchetto dell’Associazione ‘’Vogliamo La-vo-ro e lo vogliamo sbattendo il caschetto’’. Piazzato in uno a caso e avvisato di non avvicinarsi troppo ad una pianta perché ci avrebbe dovuto ballare una ballerina (tra l’altro, balla mentre tu suoni. Ma io sono suono, è field recording. Eja, ma tanto lei già fa tutto da sola), gli fu presentato il Fonico.
Il Fonico era un ragazzo sui trentacinque anni, molto magro e con un capellino da baseball liso in testa, che si accompagnava con un uomo poco più adulto i cui muscoli troppo gonfi gli impedivano di chiudere le braccia e probabilmente di far affluire abbastanza sangue al cervello. I due avevano un loro equilibrio nella comunicazione: quello secco parlava come un gabber a cui sa per schizzare la mascella da un momento all’altro, mentre quello gonfio evitava di parlare,preferendo esprimersi con dei rari grugniti. Il fonico entrò in agitazione appena vide Matteo: siccome non c’erano abbastanza prolunghe per attaccare le cose, gli spiegò con grossa difficoltà e una gran sudata che lui, un attempato deejay berlinese con un ridicolo panama bianco e il Re dei Fricchettoni, avrebbero dovuto concentrarsi in 1 mq perché
– No, cioè non hai capito zio, minca, non è che mi sposto le cose che è troppo un casino, capito che poi, no, zero, non fa, minchia che sono già a vaneggi, capito, tirati poco poco, eja, che ci mettiamo gaffa e fa a tenere il cavo tirato, molla stare il coso.
– Grnft.

EPISODIO 3 – IL GURU

Beatrice e Matteo, finito di sistemare il tutto, decisero che sarebbe stato carino vedere un po’ quello che succedeva intorno. Scampato per un pelo un ensamble di bonghettari degno del primo pomeriggio di un due giugno qualsiasi al Parco di Monteclaro, si ritrovarono di fronte al Guru.
Il Guru era un quarantenne barbuto e con una lunga coda scura, con un forte accento napoletano e degli ampi pantaloni in lino. Il Guru aveva un tamburello, un bastone della pioggia, un didgeridoo e delle palline di stoffa con dentro dei semini e le unghie dei piedi lunghe e nere, come quella storia che mi ha raccontato qualcuno che ad un tizio con le estremità dei piedi che parevano cozze fu dato il nomignolo di Lorenzo Lamas.
Il Guru era accompagnato da un sassofonista che aveva fatto il settantasette e ci era rimasto sotto male che, come spiegò a Matteo, ora campava di sussidi e della sua cover band anni ’80, sai col midi che è un problema spostarci in troppi, me lo paghi un caffè?
Il Guru iniziò a battere le dita sul tamburellino e a lallare qualcosa che suonava tipo:
Terra mia che è del cuore
L’anima cerca nel dolore
Io mi sento che la luna
è l’amica di fortuna

Intorno, stretti in cerchio, due decine di ultrasettantenni fissavano il Guru, scambiandosi  commenti del tipo:

- Eh, bravo. È poesia, è.

- Si, ma a me piace Nilla Pizzi

- Marietta, vai a vedere se stanno dando da mangiare che mi è salendo la glicemia.

Il Guru chiudeva gli occhi e si apriva tutti i chakra, tutti proprio, senza saltarne manco uno. Anche a costo di produrre rumori strani, ma che avrebbe fatto passare per il suono del didgeridoo.

EPISODIO 4 – LA CENA

Matteo e Beatrice riuscirono ad allontanarsi solo pochi secondi prima di essere travolti da centinaia di anziani inferociti: avevano aperto il buffet e non sarebbe sopravvissuto nessuno. Orde feroci di canuti maratoneti della brevissima distanza, agguantavano pezzi di pane, pizza, mortadella, formaggio e pane alla cipolla come se fosse l’ultimo pasto prima della fine della stagione delle piogge. Feroci fiere con le fauci grondanti olio e tammattiga, che sputavano brandelli di preda urlandosi da distanze brevissime ma pregne di corpi sudati, camicie buone conservate dal 1987 e tenalady messi poco bene, di prendere un altro pezzo di pane con le olive che poi finisce, fattene dare due che lo porto a casa.
Beatrice riuscì a scappare, prima che una nonna decidesse di aprirsi un varco fino al banchetto dei dolci di mandorla con la glassa, usando i suoi tre nipotini come scudo umano e come proiettili per lacerare le carni molli che le intralciavano il passaggio. Prese Matteo per mano e riuscirono a ritornare al  posto dove il Re dei Fricchettoni stava facendo il soundcheck.

EPISODIO 5 – IL RE DEI FRICCHETTONI

Khan Osho, come si faceva chiamare Filippo Denadai, era un musicista jazz senza molto talento che era andato una volta a Goa e si era preso una terribile gastroenterite e non era mai potuto uscire dal bungalow. Tornato in Italia, però, aveva raccontato di come l’incontro con Sai Baba gli avesse cambiato la vita e che avesse avuto la chiave del Nirvana dal cugino di secondo grado del Buddha che gli si era presentato sotto forma di scarafaggio d’oro con una corona di led che diceva Gautama Amanetta. Tornato al paesello si era costruito una carriera organizzando simposi di autocoscienza, workshop di contact e scuola creativa di anima e candele. Con le ultime elezioni comunali, suo cugino era diventato Assessore alla Cultura e gli aveva affidato la realizzazione del primo Festival di Musica, Natura, Arte e Creatività del paese. Gli aveva messo cinquemila euro in mano e Khan Osho ne aveva speso tremila per fare un flyer dell’evento in cui il grafico non aveva inserito i nomi dei partecipanti ma aveva lasciato in bella vista NOME COGNOME, altri mille e settecento per il service ed gli erano rimasti trecento euro per pagare i debiti col pusher che gli portava l’erba. Per cui, ormai nella merda fino al collo, chiese a musicisti e performers, fonico e signore delle pulizie di lavorare gratis, immolandosi all’altare della Cultura che in questa provincia disgraziata nessuno ci pensa più alla Cutura. E all’Arte. E all’Anima. E ai Khundalini.

EPISODIO 6 – FIGHT CLUB

Khan Denadai Osho e il dee jay berlinese col panama stavano viaggiando: completamente persi nella loro musica. Suonavano da mezzora, confondendo vecchiette e muovendosi a ritmo del respiro della Terra, quando il Fonico gabber gli si avvicinò e gli disse:

- Oh, signor Roscio, malaghe dovevi finire venti minuti fa che c’avevavavate mezzora a testa che ci sono i viggili che tocca finire a mezzanotte. Mì di non dimenticarti che c’è questo Matteo.

Osho ebbe un momento di rabbia. Come si permetteva di interromperlo? Lui, che stava illuminando quelle menti ottenebrate paesane con il verbo e la metempsicosi musicale. Di fronte a lui due signore si contavano quanti panini avevano arraffato dal buffet. Forse non era merito suo? Forse non era grazie a lui che era per loro il maestro che insegnava com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire? Non era grazie a lui che la loro parte assente si identificava con l’umidità? Il dee jay col panama guardava le tracce andare avanti su iTunes, mentre Denadai improvvisava a vuoto con un fagotto pieno di bava.
Dopo aver suonato per un’ora, sfiancato e soddisfatto come dopo un bell’orgasmo, chiamò Matteo e gli disse:
– Fratello, ho aperto le porte della percezione per te. Ora vai, fai vibrare i lori spiriti.

Matteo iniziò ad accendere i registratori, i computer e ad attaccare i cavi al mixer

- Cee, zio, ora tocca a te. O ma fai elettronica tipo storie di k2? Minchia bomba molto quello, ascolta, ma per le tue storie lo usi il subwoofer? Laghe  ti spaventi se spingi molto.

- No, sono a posto. Io comunque non suono, te l’ho detto. Ti scoccia togliere il gomito dal computer?

- Zeuro problems nenno, vai tranqua. Sono qua, fammi solo un chiamo.

Matteo, arrivato al minuto 2:08 della registrazione, allungò la mano per far partire il secondo registratore che avrebbe..
A quel punto sentì la mano del Re dei Fricchettoni sulla spalla.

- Scusa Matteo, da adesso hai ancora quattro minuti per finire. Mi dispiace, ma questi sono i tempi.

Matteo fece un respirone, guardò Beatrice e spense un computer. Poi l’altro. Poi il registratore e si mise in silenzio a riavvolgere i cavi. Il Re si avvicinò:

- Matteo, amico mio, non te la sei presa? Qui è una questione di coscienza. Io ho la coscienza a posto.

- Scusa? Cosa c’entra la coscienza? Non me la sono presa, semplicemente mi sono fatto cazzo di ottanta km, a gratis, per fare una cosa che mi avete chiesto e mi pare poco professionale, tutto qua. Ed io a queste condizioni blocco tutto.

- Fratello, la tua anima è ancora poco matura.

- Si, va bene. Ora però levati.

- Non essere ostile, ti percepisco.

- Senti, sono tranquillissimo. Voglio solo che mi lasci i coglioni in pace.

- Mi spiace, ma questa negatività ti fa male.

- Ma ti levi dal cazzo? Ma porca puttana, spostati cazzo che me ne voglio andare e basta.

- Sei un maleducato e un rude.

- Ti ho detto solo di non rompermi le palle, idiota di un rincoglionito…

Il Re rimaneva là, solo spostato verso un cespuglio, con tutta la fierezza del suo aver capito il mondo ripetendosi, come un mantra: tanto io ho suonato di più, gnegnegnegnegneee!

A quel punto arrivò il Guru, attirato dalla scena.

- Matteo?

- Si, per piacere, lasciatemi solo togliere la roba.

- Matteo?

- Guarda, davvero. Mollami un attimo.

- Matteo?

- Senti, per favore.

- Matteo?

- Oh, ma dio santo, ti levi anche tu dalle palle?

- Ma Matteo? Perché mi fai così? Perché Matteo? Noi non ci conosciamo neppure.

- Appunto, merda ma oggi hanno aperto le gabbie. Per piacere, ti prego, lasciami solo cinque minuti, cazzo.

- Matteo? Matteo.

Beatrice si avvicinò e prese Matteo per mano e lo portò lontano, da solo, per lasciarlo respirare un pochino. Il Guru rimase là, fissando la luna con gli occhi lucidi.

EPISODIO 7 – HAPPY ENDING o LA STRAGE (DA SOTTOPORRE AD APPROVAZIONE DEL PRODUTTORE)

Solo allora Beatrice prese la M7 che teneva in borsetta, diede un bacio sulla fronte a Matteo e iniziò a fare fuoco. Colpì alla nuca il Guru, che cadde immediatamente, poi si accanì sul viso del Re fino a ridurlo in poltiglia. Solo alla fine si dedicò al resto della gente, gambizzando indistintamente vecchi e bambini, trentenni annoiati e la ballerina che era ancora sull’albero aspettando il via per iniziare a ballare. Uno dietro l’altro caddero tutti. Si fermò solo quando ci fu talmente silenzio che l’unico rumore che sentiva era un eco leggero del vento che entrava nella campana tibetana del Guru.

Recycling love – Quando zoccola è glamour

Quali sono le nuove tendenze per la Primavera/Estate 2014?

Abbiamo fatto un giro per le città europee più cool del momento, come Frosinone, Ulm e la chic global Częstochowa per trovare per voi tutti i nuovi trendy per la stagione più hot dell’anno.
Anche le IT fashion blogger di mezzo mondo hanno raccontato sui loro blog la novità più modaiola di questi mesi:

IL VINTAGE UMANO!

Ragazze, dimenticate le folli ricerche di abitini appartenuti a Blondie, gonne a ventaglio della Casa nella Prateria e borsette bon ton che sembrano uscite dall’armadio della nostra unica dea Audrey Hepburn

Il nuovo che avanza è l’usato di pelle, ma anche di ossa e capelli!

La vostra migliore amica si è lasciata da cinque minuti col moroso? Ecco, prendetelo voi!
Una vostra collega è andata in bagno e ha lasciato il cellulare col numero del marito sulla scrivania? Chiamatelo, annunciategli un imminente divorzio e dategli appuntamento nel Motel Agip della circonvalla!
Vostra sorella vi ha detto che il compagno russa la notte? Whatsuppatelo per dirgli che lei fa Cinquanta sfumature di rosso bollente con la sua nutrizionista e che lo consolerete voi!

Girls, non c’è limite alla vostra fantasia, quindi fuori le unghie (e che siano laccate con il 60sec di Pupa n°235), accendete le vostre labbra (con il Bella Oggi color acciaieria di Livorno) e mostrate le vostre nuove forme ritrovate dopo ore e ore di piloxing (con il reggiseno CrissCross a punta di matita).
Nella fotogallery troverete tutte le vips che l’hanno già fatto: Carmela Gualtieri, Simona Rolandi e Marta Falcone delle Lollipop e molte altre..

Vicini vicini

Ho ucciso l’inventore dei tormentoni di Striscia la Notizia.
Non è una gran storia, ma non capita mica tutti i giorni di ritrovarsi con l’ombrellone vicino ad un signore dall’aria triste, che piange tanto che non si può ignorarlo, come si fa giustamente con chiunque sia malato di quella tristezza appiccicosa che è vietata nei pomeriggi di Luglio. Era a favore di vento, lo sentivo troppo forte.

Mi sono dovuta avvicinare, alzando gli occhi al cielo e levandomi la crema solare da sotto le unghie.

- Tutto bene, signore?

-  Eh, no! Eh, no! Eh, no! … Eh, no!

- Mi scusi, allora. Torno al mio ombrellone.

- Non stiamo parlando mica di bau bau, micio micio!

- Sicuro che vada tutto bene?

- E su e giù e tric e trac!

- Vabbè, arrivederci.

Sono tornata all’ombrellone e ho ripreso a leggere, quando il rumore dei singhiozzi è aumentato. Ho fatto un respirone, ho tentato di ignorarlo, ma era davvero troppo forte e stava iniziando ad attirare l’attenzione delle gente intorno.

- Signore, deve assolutamente smetterla.

- Fu-Fu, Fu-Fu.

- Guardi, glielo dico, non so minimamente di cosa stia parlando e manco mi interessa. In ogni caso smetta immediatamente di frignare, prima che la senta qualcuno.

Ma nulla, il tipo non smetteva. Anzi, aveva preso ad ululare tra un tormentone e l’altro, a sbattersi sulla sabbia e a strapparsi i peli dal petto. Anche le persone che a norma di legge stavano a 15 metri di distanza una dall’altra, iniziavano a girarsi.

- Non mi costringa a intervenire, la prego. Sa benissimo che in spiaggia è vietato piangere, è vietato urlare ed attirare l’attenzione con mezzi che non siano un corpo statuario. Faccio parte della Polizia dell’Ordine e della Pacatezza, ma sono in ferie. Se si calma, possiamo far finta di nulla e proseguire la nostra giornata.

Il signore, a quel punto si era messo un pugno intero in bocca, per frenare i rumori. Gli ho fatto un sorriso e ho fatto per tornare all’ombrellone quando, di nuovo, con tutta la disperazione del mondo, ha urlato:

- Sarà vero? Sarà falso? Sarah Ferguson?

Sputava lacrime e si graffiava la faccia, strappandosi le ciglia. Dall’ombrellone vicino si sono alzati e hanno premuto il pulsante di segnalazione delle Attività Fastidiose. Ormai rimangono pochissime possibilità per contattare l’Autorità per la Repressione della Sgradevolezza. Una volta vietati  tutti i giocatori di racchettoni e bocce,  una volta che tutti quelli che lasciavano le cicche delle sigarette sulla sabbia sono stati torturati e uccisi, annullata la possibilità di produrre qualsiasi rumore che superi i 30 decibel e multato fino a 10mila euro chi ti schizza con l’acqua quando stai entrando a fare il bagno, ecco, è rimasto pochissimo.
Ora, a parte piccole cose come il divieto di cibo in spiaggia, non si può giusto mostrare di essere innamorati o essere evidentemente depressi.

Sul tablet mi sono arrivate 4 segnalazioni, da altrettanti ombrelloni autorizzati.
Sono tornata indietro e, con tutta la calma del mondo, mi sono piegata verso quel sessantenne che con le mani ad imbuto intorno alla bocca urlava e sputava.

- Signore, le do l’ultima possibilità, ho ricevuto 4 segnalazioni. Non posso ignorarle.

-  …di cui abbiamo una diapositiva…

- La prego, davvero, sono in ferie.

A quel punto, sempre tra le urla, si è girato e ha preso il cellulare. Ha inserito un cavo per gli speakers e, a volumi che non credevo fossero possibili, ha fatto partire un medley di stacchetti:

La banda di besughi si accorda

Dai, non buttarti giù
Che c’è una novità
E per cui
Ciao tempi bui
Finiti i guaiiiiiiiii

Sul tablet è arrivato l’ordine.

Ho preso il palo dell’ombrellone e l’ho colpito ripetutamente sul cranio, fin quando non ha smesso di muoversi. A quel punto mi sono avvicinata per capire se respirasse o meno e mi ha detto:

- Grazie.

Ho segnalato, con l’app, una Rimozione di Cadavere e sono tornata a sdraiarmi.

Te l’ho detto, non una gran storia.

E questo te lo ricordi, Giannini?

A me il calcio non piace.
Non dico che fa schifo, ci sarebbe troppo trasporto e non ce l’ho proprio.
Mi limito ad ignorarlo, saltando le pagine dello sport tenendo con tre dita i fogli, fino a finire direttamente alle previsioni del tempo e alla pubblicità della borsa Gucci su sfondo bianco.
Nel 2006 avevo 24 anni e le cose non erano molto diverse.
Ai miei amici, al mio fidanzatino e a tutti quelli che mi circondavano ai tempi, il calcio piaceva.
Piacevano i mondiali, almeno. Si imbarazzavano anche loro quando qualcuno faceva: popopopopo saltando sul posto e facendo la bocca a forma di tubo innocenti.
A me piacevano loro e mi piaceva stare con loro. Tutto normale.
Quindi, alzando le spalle, mi presentavo pure io ai raduni di giubilo nazionalpopolare sportivo, mi sedevo da una parte e un po’ giocavo a snake e un po’ leggevo qualche rivista dove scriveva qualche sfigato che sembrava decisamente più vecchio della sua età.

Ero ancora carina, a quei tempi. Capitava pure che portassi le birre ai miei amici, tutti concentrati su quel televisore con il contrasto troppo alto. Non sempre, sarà capitato una volta, ma credo che abbia cumulato abbastanza punti “buonazione” per meritarmi uno sconto sul purgatorio.

La giornata della Finale erano tutti là, col divano messo a ferro di cavallo e la pizza ordinata da ore prima che altrimenti col cazzo che ce la portano. Con le magliette a righe rosse e nere, i jeans con il teschio disegnato sull’etichetta e le Converse e il disco dei Bombay Bicycle Club. Birre fresche ed entusiasmo per una delle partite più lunghe che io possa ricordare. Tant’è che decisi, dopo un tempo che secondo me si aggirava intorno alle 16 o 17 ore, di andare a sdraiarmi un momentino, solo per riposare gli occhi, solo un momentino, solo.

Che ore saranno state? Mezzanotte e mezza? Più tardi? Ecco, sento questo boato totale, queste urla disumane, questi rumori di festa dionisiaca e vagamente orgiastica, ma in senso molto maschio. Mi affaccio e chiedo:
“Oh, ma che minchia vi urlate così?”
“CAMPIONI DEL MONDO… CAMPIONI DEL MONDO… CAMPIONI DEL MOOOOOOOONDOOOOOOOOOO!!!”
“Cazzo.”
“ANDIAMO A SUONARE I CLACSOOOON! ANDIAMO A FEEEESTEGGIARE! CAZZOOOOOO! CAAAAAMPIOOOOONI DEL MOOOONDOOOO”
“Ma dove cazzo vogliamo andare, dai, che c’è un troiaio fuori. Stiamo a casa, dai. Io torno a dormire se non urlate troppo”
“CARICA TUTTE LE BIRRE IN MACCHINA! SONO FINITE? SI, MA CAAAAAMPIOOOOONIIII DEEEEL MOOOOONDOOOOOOO…EHHHH!”

Salimmo in macchina, in direzione Poetto, dove ci saremo uniti a questa festa collettiva, a questo baccanale orgogliosamente azzurro, a questo carnevale di patriottismo e alcolismo un po’ puzzone d’ascella.
Il fatto è che questa brillante idea non fu un’esclusiva dei miei amici.
Fu un pensiero abbastanza comune, vagamente poco originale.
Magari, ma è solo un’ipotesi, fu per quello che dopo trenta metri ci trovammo irrimediabilmente bloccati nel traffico.
Un’ipotesi, eh.

Ai miei amici, però non importava. Erano felici, erano sinceramente contenti, avrebbero spaccato tutto per ricostruirlo migliore ispirandosi al modello di una nazione forte, maschia e in calzoncini e calzettoni.
Chisseneffrega se siamo in mezzo al traffico, senza birra, è Luglio inoltrato e le zanzare ci stanno divorando a 30 metri da casa e dall’amico Autan.
Campioni del mondo, porco cazzo, campioni del mondo.
E poi, fanculo, dobbiamo stare in macchina?
Ma abbiamo il clacson, abbiamo le nostre voci, sveglieremo la città e sacrificheremo i primogeniti a Cannavaro.

E fu davvero così per la prima ora.
Un continuo flusso entusiasta di urla, cori, clacson, bandiere, amicizie eterne che nascevano da una macchina che sgasava in folle di fronte all’altra, promesse di fare dei figli entro l’anno e chiamarli Giggibbuffon.

Fu abbastanza così anche per la seconda ora.

Verso la terza, i toni si erano un po’ alleggeriti e il braccio che sventolava la bandiera iniziava a fare male, minchia tra un po’ sbrodiamo, ed “Eja, ma smettila di suonarmi in faccia ca sesi pighendu a scalloisi“.

Dopo tre ore e mezza arrivammo alla fine della strada, dove c’era la rotonda.
Lenti, tutti in fila, la facemmo in senso antiorario.
Trenta metri.
A casa.
Che forse non abbiamo guardato bene e sotto al cuppettone dev’essere rimasto un birroncino.

Pasqua

Io me lo ricordo com’era, tanti anni fa.
Quando ancora avevamo una famiglia, oltre a noi, dico.
Ti svegliavi la mattina e speravi sempre che per qualche motivo saltasse tutto. Anche che una zia si ammalasse gravemente, qualsiasi cosa.
Dovevi aprire le uova di cioccolato in fretta, senza goderti abbastanza la sorpresa, montandola con gli adesivi storti. No, non l’avrei mai portata a casa di nonna, che poi avrebbero voluto giocarci gli altri.

E mentre eri là, con le mani sporche e il gatto che voleva giocare con quella carta color argento, arrivava Mamma e ci diceva di vestirci, di metterci la camicia che ci aveva stirato. E rivolgeva lo stesso sguardo intimidatorio e implorante anche a mio padre, che probabilmente se la passava pure peggio di noi. Lui ogni volta perdeva le chiavi, non trovava il portafoglio e doveva assolutamente portarsi dietro il Venerdì nel caso gli fosse scappato da cagare. Le tentava tutte anche lui.

Invece niente, salivamo tutti e quattro su quella macchina disegnata col righello e andavamo dalla famiglia.

Il paese di nonna era a circa 20 km di distanza, ma sembrava così lungo quel tragitto, con la testa che era rimasta ancora sulla pista di macchinine di Titty e Silvestro. Arrivavamo e mio padre cercava parcheggio, il più lontano possibile. Ci faceva scendere di fronte a casa di nonna e si prendeva quei venti minuti per trovare le forze, credo, per soffiarsi il naso e respirare abbastanza aria.

Ti sentivi le gambe pesanti prima di aprire quella porta degli anni ’60: dentro ci aspettavano tutti che, nonostante mamma se ne vergognasse tantissimo, noi eravamo sempre quelli in ritardo. Iniziava quel girotondo di baci che ti faceva stare male, che ti bloccava il muscoletti della schiena. Non potevi saltarne uno, mamma era là che contava che baciassi ogni zia con la permanente e ogni zio con le macchie di nicotina sulle dita. Tra cugini, almeno, provavate ad evitarlo. Allora gli sguardi di rimprovero raddoppiavano, con le forme simili degli occhi di quelle sorelle, e tutti questi preadolescenti nervosi dovevano avvicinarsi le guance e dirsi buonappasqua, stringendo i denti.

Il tavolo dei bambini, quello del campeggio, un po’ storto e sbilenco che se ci cadeva l’acqua non era colpa nostra. I dodicenni con quelli di quattro anni e qualche volta pure quella tua cugina che parlava pochissimo, ed è sempre stata la mia preferita, che di anni ne aveva almeno 21. Olive, salsiccia, formaggio, pepsi che non puoi berne troppa e la pasta al forno che era ogni volta bruciata e quando qualcuno si lamentava si diceva che ad uno degli zii piaceva così e tutti stavano zitti, che pareva male altrimenti.

Poi iniziava la parte del pranzo con la carne, che aveva da sempre, ogni anno, arrostito tua zia. Non perchè fosse più brava degli altri, ma perchè per lei era importante fare questa cosa da maschio. E le sorelle, e i loro mariti stanchi, glielo lasciavano fare anche se alle volte faceva cadere la cenere della sigaretta sulla carne che girava lenta col girarrosto attaccato alle batterie che qualcuno aveva fregato alle macchinine telecomandate dei cugini maschi.

C’era sempre troppa carne: chili e chili di animali morti che continuavano ad arrivare a tavola mentre la gente cercava ristoro nei ravanelli piccanti. Rimaneva là, col grasso che si solidificava, a girare da una persona all’altra sul vassoio. Però noi potevamo alzarci a quel punto. E tuo padre si accodava volentieri al permesso dei bambini e spariva, capace di trovare stanze segrete in quella casa che sembrava progettata da Escher, con le scale che conducevano a dei piani a cui non potevi dare un numero.

Io e te ci mettevamo da una parte, cercando di evitare le zie che ti chiedevano della scuola e del fidanzatino e ti piacciono i gatti. Me lo ricordo com’era, con mamma e le sorelle che preparavano caffè e sbucciavano noccioline e nessuno avrebbe mai fatto fare i piatti a nonna, anche se lei diceva che loro facevano schifo, che avrebbero lasciato tutto sporco, che ci avrebbe pensato lei. Esattamente come oggi fa tua madre con te.

Alle cinque tuo padre riappariva e si spostava da una sedia all’altra, soffiandosi il naso e controllando le giunture delle persiane, i battiscopa o le prese della corrente. Allora tua madre lo incolpava di voler andare via, mentre era lei che voleva vederci giocare con le mani sporche di cioccolato e stirare tutte quelle camicie anni 90 color pesca. Tuo padre alzava le spalle e andava verso la macchina. Bacia nonna, bacia zia, bacia zio, bacia zia, bacia zio, bacia i cuginetti, bacia zia, hai baciato nonna? Quando baciavi di nuovo nonna lei ti dava cinquemila lire, ed era quella che ti piaceva di più baciare che odorava di lenzuola pulite e non ti stringeva mai perchè secondo me non è mai piaciuto manco a lei tutta questa roba di sfregarsi le guance a vicenda.

Tornavamo a casa e tu prendevi il gatto come una bambola, mettendogli il pezzo di plastica che reggeva l’uovo di pasqua come cappello e quel cretino rimaneva. E io, ogni anno, invidiavo la tua sorpresa. Anche quella volta che tu avevi vinto due dadi di plastica e io un paio di orecchini.

Bube.

Ti ho cercata da ogni parte.
Ho scritto anche il tuo nome su google.
Ho osservato ogni tua foto, ogni primo piano fatto con le tue amiche.
So come sei pettinata, come sei vestita e che occupi uno spazio materico nell’universo.
Non sono una stalker, figurati.
Sto solo cercando di capire, perchè mi scoppia la testa.
E’ solo che non credo ai fantasmi, non credo agli spiriti e sono convinta che ogni cosa abbia uno scopo, figuriamoci una persona.
Per  cui non sono in grado di spiegarmi la tua esistenza.
E questa cosa mi manda il cervello in culo.

Ho chiesto in giro.
Chi è quella ragazza?
Chi, quella? Ah, è la ragazza di.

Ho chiesto a chiunque, giuro.
A chi ti aveva appena offerto una sigaretta e a chi ti aveva tenuto la porta per farti entrare, accompagnandoti con il gesto della mano che si poggia leggero e amichevole sulla schiena.
Mi dici chi è quella ragazza?
Lei, dici? Si, è la ragazza di.

Ho contattato chiunque, perchè non puoi essere solo un’estremità inutile, una ciste appesa ad un altro individuo.
Non riesco a capire, mi fa male la testa.
Non hai un segno, non hai una storia, non hai una casellina da riempire col tuo culo.
Sei la ragazza di.
Sei un epiteto, uno stratagemma visivo che permette al tuo ragazzo di sdoppiarsi.
Lui e la sua ragazza.
Lui.
E la ragazza di lui.

Sa cucinare?
Sa bere fino a voler poggiare la fronte sul pavimento mentre piscia?
Sa raccontare le storie con le vocine?
Sa disegnare una busta usando un solo tratto continuo?
Sa dipingersi gli occhi come quelle dei giornali?
Sa far piangere quella tizia grassa in fondo alla sala?

No, mi dispiace -mi hanno risposto- però è la ragazza di.

Sono seduta e ti guardo, mi dispiace, è da maleducati.
Abbi pazienza.
Intorno a te sono seduti gli amici del tuo ragazzo, che ti sorridono e ti avvicinano le patatine dell’aperitivo.
Hanno un nome, alcuni enormi cartelli luminosi sulla testa che lo indicano.
Uno di loro ha una storia incredibile.
Quell’altro è un coglione, ad esempio.
L’altro ancora si dice che non sia uno molto pulito, che i coinquilini si lamentano di lui con tutti.
Ci sono poche patatine nella ciotolina e uno che sa parlare con i rutti al rovescio allunga la mano per prendere le ultime.

Lascia -dice quello che è bravissimo a far convogliare tutta la gente nello stesso posto- sono per la ragazza di.

Tu sorridi, sei contenta.
Ed il tuo nome, dopo tutti questi anni, non te lo ricordi neppure tu.

L’idea di Bellezza

Povera ragazza, con quel nome.
Severa.
Così crudeli a chiamarla così, nel 1979.
Era il nome della nonna, si è giustificato il padre. 
Sevvy, ha iniziato da subito a chiamarla la madre.
Non hanno mica dovuto subirle loro le prese per culo alle scuole elementari.
Mica è capitato a loro di presentarsi e sentirsi dire: “Ma no, sembri una ragazza così dolce”.

Per fortuna, però, Severa aveva avuto un dono da quei disgraziati genitori: era una delle donne più stupide del mondo.
La natura, il fato, le infinite ricombinazioni mitocondriali avevano voluto proteggere quella ragazza privandola di un ampissimo numero di connessioni neurali e lasciandola capace di svolgere benissimo le funzioni necessarie all’esistenza.
Severa era bravissima a mangiare, andava di corpo in modo regolare, scopava come una furia ed era una delle migliori al corso di Salsa Cubana.

La storia di Severa era semplice: aveva fatto le scuole elementari senza capire il mistero della circonferenza, le medie senza mai arrivare al concetto di frase subordinata e le superiori le aveva fatte un sacco di volte, fin quando aveva sfiancato la professoressa di dattilografia che aveva implorato i colleghi di promuovere quella cosa col sorriso stampato e le operazioni matematiche fatte contandosi le dita.

Poi, a 23 anni, un’amica della madre le aveva detto che cercavano commesse in profumeria e Severa era stata molto felice, perchè le piacevano gli smalti. Il tempo era passato così rapido: saldi di gennaio, San Valentino, Carnevale, Pasqua, Festa del papà, Festa della donna e poi spogliarellisti in pizzeria, Festa della Mamma, le creme solari Avène, vacanze col fidanzato ed altre due coppie e serate nella discoteca con le palme e la terrazza sul mare, creme doposole della Collistar in offerta, halloween vestita da gattina sexy, l’anniversario e il sesso zozzo annuale, il doppio turno prenatalizio, sistemare il magazzino, i saldi di gennaio.

Severa sorrideva e guardava fisso sgranando gli occhi, pensava al significato di ogni parola e -lentamente- le organizzava per cercare di trovare un significato agli aggettivi o agli avverbi di luogo.

Oggi ho incontrato Severa, in profumeria.
- Buongiorno, posso aiutarla?
- Sto dando un’occhiata, grazie comunque.
- Se vuole c’è la promozione del 40% sulla profumeria e la cosmetica. Acquistando due prodotti, quello meno costoso le verrà scontato del 40% all’esibizione della tessera fedeltà.
Lo recita così, monotona, mentre guarda un punto immaginario tra i deodoranti e le tinte per capelli. Poi riabbassa la testa e rinizia a sudare mentre tenta di mettere nei cassetti gli ombretti in ordine di colore. Ogni colore ha un numero. Nero è 1, verde è 3, viola 5. Severa ci impazzisce, le fa male la testa. Una cosa è il colore, una cosa è il numero. Non ne verrà mai fuori.

- Mi scusi, signorina, forse ho bisogno di una mano..
- Mi dica. Le interessa la pomozione del 40% sulla profumeria e sulla cosmetica? Acquistando due prodot..
- No, no. Guardi. Mi sa indicare dove sono le creme viso per uomo?
- Certo. Vuole vedere la fascia dei prodotti costosi o quelli scarsi?
Me lo dice così, diretta, come l’ha organizzato nel suo piccolo cervello di nocciolina e mi pianta gli occhi sulle sopracciglia, che sono grosse il doppio delle sue, sottili ali di gabbiano spennacchiate.
- Ehm, guardi. Ha una via di mezzo?
- Eh, allora Collistar. Venga con me.
La seguo tra le cerette e gli oli per il corpo all’Argan, mentre ondeggia su quei tacchi tempestati di strass e un plateau di mezza spanna. Lascia una scia di profumo fortissimo e ha una coda alta, lucida e tiratissima che le lascia scoperto il collo, alla cui attaccatura un tatuaggio recita: ” E vabbene così, senza parole. Vasco”
Si gira di scatto.
- Questo è un gel di facile assorbenza, creato per essere un dopobarba fresco e di facile utilizzo per l’uomo. Questo è un siero che si adatta alle pelli maschili. Ha la pelle grassa?
- Ehm, no, normale. 
- Per le pelli normali abbiamo quest’altro gel della Clinians che è un dopo barba fresco e dalla profumazione fresca.
- Mmm, è che ha la barba, quindi non mi servirebbe un dopobarba.
- Ma certo che le serve un dopobarba. Ha la barba.
- No, non se la fa la barba. Non usa il rasoio.
- Mi scusi signorina, il dopobarba lo dice la parola stessa. 
- Mi scusi, credo di non seguirla.
- Si mette dopo che ha la barba.
Mi fissa, un po’ arrabbiata. Increspa le labbra cariche di lucidalabbra Shiseido. Mi guarda e mi disprezza, credo. Pensa che io sia stupida. E’ arrabbiata perchè sono così stupida da non capire. Perde subito la pazienza e se ne va, facendo rumore coi tacchi sul pavimento di marmo.
Fa un metro o due. Poi torna indietro.
- Se vuole anche su questi prodotti c’è la promozione del 40% sulla profumeria e la cosmetica. Acquistando due prodotti, quello meno costoso le verrà scontato del 40% all’esibizione della tessera fedeltà.
Ruota di nuovo su quei trampoli brillanti e torna agli ombretti.
Ne prende tre in mano e fissa il retro con il codice e il nome del colore.
Sta ferma così e aggrotta la fronte.

Zanna Viola.

- Raccontami la tua peggiore volta a letto con qualcuna.

- Ma dai, non c’è una volta peggiore, alla fine ogni donna è splendida. Ogni donna è da amare.

- Dai, cazzo. Ci sarà stata qualcuna che t’ha fatto venire voglia di tagliartelo.

- Perché devi essere sempre così volgare?

- Dai, minchia. Io te l’ho raccontato del tipo che sembrava il coniglietto della Duracell alimentato da una centrale elettrica nucleare, con un concetto del tempo da tenere pari a quello di un batterista Grindcore  e una durata orientata su quella dei moscerini della frutta.

- Idiota. Beh, una c’è stata.

- Vedi, lo sapevo.

- Un periodo stavo flirtando con questa tipa. Carina, tranquilla. Ci mandavamo messaggi un po’ cretini. Mi piaceva, però, non so, sembrava un po’ strana. Ecco, sta di fatto che un giorno, dopo una serie di messaggi, le scrivo: Se vieni a casa ti mordo. Così, per ridere. Non ricordo esattamente cosa mi risponde, però decide di venire a casa. Vado a comprare due bottiglie di vino. Quello buono, però in offerta. Che ci sarà un motivo se un vino da 8 euro passa a 4. E la maggior parte delle volte è perché non hanno il coraggio di chiamarlo aceto.
La tipa arriva, ed è carina. Un po’ sul genere pancabbestia ripulita, con un felpone grigio, i jeans neri  stretti e le scarpe da ginnastica. Di quelle con la frangetta corta, hai capito? Però carina, giuro. Ci beviamo manco una bottiglia di questo vino di merda, che fa davvero schifo. Lei dopo due bicchieri è già sbronza.

- Dopo due bicchieri?

- Si, io penso che facesse più scena che altro. Che poi non c’era mica bisogno, eh. Mi infila la lingua in bocca e dopo pochissimo siamo nel mio letto, con lei che strappa vestiti e tira via cinte come bombe a mano. Mi sale sopra, incominciamo a far sesso e, appena stavamo iniziando, mi morde fortissimo.

- Ti morde?

- Si, magari per quel messaggio, non lo so. Ti dico solo che inizia a mordermi fortissimo in faccia, sull’osso tra mascella e mandibola e nei nervi delle spalle. Faceva pure dei rumori strani, tipo un ruggito. Davvero, una pazza totale. Mi faceva malissimo. Mi ha lasciato i segni dei denti.

- Cazzo. E cosa hai fatto?

- Boh, puoi immaginare che là sia tutto morto. Proprio finito, niente da fare. Allora l’ho spostata e le ho detto che il vino mi aveva fatto male. Che mi bruciava lo stomaco, cose del genere, di scusarmi.

- E se n’è andata?

- Si, però un po’ infastidita, credo mi abbia pure preso per culo.

- E sei ancora convinto che ogni donna sia splendida e ogni donna sia da amare?

- No, ogni tanto c’è una psicopatica del cazzo, a pensarci bene. Però tutte le altre sono ok.

- Sei un democristiano di merda, lo sai?

- No, sono  solo più intelligente di quello che pensi.

La mossa del passero.

Una volta avevo deciso di fare un corso di sceneggiatura, per cui ho scritto una bellissima mail in cui dicevo che scrivere per il cinema era sempre stato il mio sogno che, certo, non sapevo manco un nome di sceneggiatore che non fosse Kauffman, ma che ero giovane, carina e di belle speranze.
Non ero così giovane.
Era tipo un anno e mezzo fa e non sono più giovane da quella volta che ho detto: non berrò mai più.

Ho scritto questa mail ed era davvero bella, chiaro che abbia passato la prima selezione.
Quando mi hanno telefonato per farmi un breve colloquio telefonico, cazzo, ho spaccato i culi: timida, ma sicura di me, buffo accento e sorriso telefonico di una che vuole venderti l’anima di Satana.
Pronta.
Perfetta.
Quella merda di scuola di sceneggiatura sarebbe stata mia, avrei scritto i film per Edoardo Gabbriellini e lui -ovviamente- si sarebbe follemente innamorato di me e io di lui. Ma non sarebbe mai successo nulla, perchè una volta l’ho visto con la moglie e il figlio e noi non siamo come la gente del cinema che si mischia come in una gabbia con troppe cocorite, che il babbo non guarda in faccia alla nonna che nel frattempo ha già il becco sotto la coda dello zio.
No, noi saremo stati degli amanti psichici anche se ci sarebbe stata questa continua tensione che ci avrebbe permesso di creare dei capolavori che Fellini ci spiccia casa e Sorrentino ci fa una sega.

Ecco, me l’ero proprio immaginata così.

Mi chiamarono in questo bell’albergo in centro, di quelli coi calabresi in livrea all’ingresso.
Eravamo in sette, per cinque posti.
Era fatta.
Io, Gabbriellini, i David di Donatello in bagno.

La prima prova era scritta.
Secca, così, dovevamo scrivere una brevissima sceneggiatura che ruotasse intorno alla parola mela.
Partiamo dal presupposto che, diossanto, mela è una parola demmerda. A chi cazzo viene in mente una storia, in cinque minuti, che ruoti intorno ad una mela e che non sia di una banalità disarmante, che non riguardi Eva, Adamo e stocazzo.
La ragazza accanto a me aveva scritto: “… Eva sapeva che non avrebbe dovuto andare in quel frutteto…”.
Bene.
Bene.
No, davvero.
A questo punto era fatta: io, Gabbriellini e qualche attrice dimenticata, magari Alessandra Martines commossa che ci ringrazia al Festival di Venezia. Le lacrime, i fotografi, Mollica che ci offre uno spritz col Select.

Scrissi una bellissima mini sceneggiatura di cui non mi sento di raccontare nulla, perchè è roba forte, sono cose che ancora adesso so che potrebbero cambiare il destino della nuova cinematografia italiana. La scena si svolgeva in un sottotetto senese e implicava cibo, of course, filosofia e maieutica, omosessualità ed era percorsa da una pungente costante e lacerante tensione narrativa.
Nulla.
Eravamo là, io ed Edoardo, agli Oscar. Uno vicino all’altro, emozionatissimi. Chiamavano il nome del nostro film e lui, prima di salire a prendere il premio dalle mani di Fassbender, mi abbracciava stretto e diceva: ”Boia, deh, Ambrina..te tu m’hai scritto un firme bomba”.

L’ultima fase era la più facile.
Un colloquio con quattro stronzi che avrebbero soltanto confermato il mio genio e mi avrebbero dato il diploma e le chiavi della Fandango, e mi raccomando quando apri dai un colpetto col piede che è un po’ dura la porta.
– Bene, abbiamo letto la sua prova. Molto bene, davvero.
– (Ma va? Non so se avete capito bene che qui siamo a livelli che signoramia) Oh, grazie. Ma, davvero, l’ho buttata giù così, in dieci minuti…
– No, era molto carina.
– (Carina? Carina? Cazzo era un capolavoro, brutto coglione col naso da porco. Era un cazzo di capolavoro) Mah, io sono qua per imparare. e ho tanto da imparare.
– Giusto una domanda, per concludere. Lei ha visto le varie proposte di collaborazione che sono previste per il corso, giusto? Quelle che sono nel sito della scuola.
– (Proposte? Sito della scuola? Eh? Eh? Eh? Cazzo dici? Oh, zio, cazzo dici?) Si, gli ho dato ovviamente uno sguardo..
– Benissimo. Saprebbe indicarmi qual’è quella che le piace di più, quella a cui vorrebbe partecipare?
– …..
– Mi dica pure.
– Credo che. Dunque. Ecco. Considerando. Direi che. Alla fine poi. La terza. ecco. La terza.
– La terza?
– Si, quella là che. Mi sembra insomma. Direi che. Forse potrebbe essere.
– La terza, eh.
– Già.
– Bene, signorina. Le manderemo una mail per farle sapere. Se non dovesse arrivare nulla, purtroppo, sa com’è. Comunque, ecco signorina, le faremo sapere.

Io sto ancora aspettando, che tanto lo so che mi chiameranno.
E non importa che mi sia sognata Edoardo Gabbriellini che mi dice: “Deh, e te tu sei propio grulla, ovvì a”.
C’abbiamo il film da fare, vero?
Quello che cambierà la cinematografia italiana, vero?
Vero?

Cazzo.

“As”

I’m forgetting why I’m here or the taste of your hands.
Everything loses definition and it is just a shame.

I’m here, but you can’t see me anymore.
While I’m listening to you, I can’t recognize the sound of your voice.

Lonely Planet

Oggi il Corrib ha esondato, non succede spesso.
Gli spagnoli sono entusiasti, agitano il loro mullet mentre corrono scalzi tra il fango salmastro, le locuste marine e i cigni aggressivi.

Galway.

Il tempo è congelato qua, i negozi chiudono alle 4, mentre una vecchia col capellino rosa e la sua amica sono alla terza birra. E sono solo le cinque e mezza.
Mentre sono seduta ho contato più i trenta persone coi capelli rossi, in manco due ore.
Sono in hangover perenne, ormonale e fisico, per cui rimangono solo le cose veramente intense, i ricordi esagerati. Il resto si annacqua con il fiume e scivola via, trasparente come quando pisci ed hai bevuto troppa birra.

La gente mi saluta per il semplice fatto che io esista.

In ogni casa le finestre sono altarini, non esistono delle vere tende o delle persiane. Mostri al mondo chi vorresti che gli altri sappiano che tu sia. Un veliero, dei gatti in ceramica, dei fiori viola.
Io credo che finirei per metterci una madonna coi colori fluo, dei dischi e della biancheria appallotolata.

Muscle Juice Competition Posing Oil

A Roma ci si conosce tutti.
Si, chiaro, basta essere del giro giusto. Se te non conosci la gente, non so mica problemi miei.

Io Chef Nubio l’ho conosciuto così. Daniele, dico. Il tipo tutto tatuato, coi baffi. Hai presente?

E’ amico di amici, non è proprio amico mio. La cugina è l’ex del tipo che ha il Verme. Ma poi l’ho beccato mille volte al Circolo degli Artisti, tipo quella volta che suonavano i Negazione.

Vabbè, adesso il tipo fa un programma in televisione. Su Real time dei maschi, non ricordo esattamente il nome…

La cosa è andata così, me l’ha raccontata Annina, che il ragazzo fa il tecnico luci nel programma ed è un tipo sgasatissimo che ha fatto anche l’Isola dei Famosi e le robe con Mentana (lo so che è pure un eroinomane, ma non conta).
Sta di fatto che Daniele va a cucinare in villa per  questa cena di stronzi. Un manico di coglioni vestiti in lino,  che potevi versare piscio nel bicchiere e dirli che era rugiada.
Insomma, uno di questi è uno dei capoccia del Real Time dei maschi.
Un cocainomane totale, senza stile, col cazzetto.
Lo stronzo lo vede e, in pienissima, pensa prima che vorrebbe essere un cuckold mentre sua moglie si fa montare come la peggio troia. E poi, che un tipo così deve averlo. Per cui chiama la stagista con 10 anni d’esperienza tra MTV e Rai 3, quella che paga 300 euro al mese, e le dice: fatti venire un’idea.

La stagista, che non può mangiare con la manica di coglioni in Fleming, sta passando il suo unico giorno libero col ragazzo a mangiare panini col lampredotto e cotiche fritte sulla statale, e di idee non ne ha. Non oggi almeno. Per cui dice solo: una roba di cibo un po’ zozzo?
Il tipo, fattissimo e col durello, si esalta e inizia a gridare a tavola di aver avuto un’idea geniale.
– Daniele, ti chiami Daniele, no? Vieni qua, siediti.
– Mi dica.. Va tutto bene? Ha gradito il primo?
– Si, si. Senti. Ho avuto un’idea geniale. Voglio che tu faccia un programma. Zitto, zitto. Ho deciso. Tatuaggi come in Miami Ink, cucina come Gordon Ramsey. In più sei romano, no? Ecco, devi essere burino. Super burino.
– La ringrazio, davvero, ma non so. Devo partire a breve, ho le partite, ho del lavoro..
– No, non ringraziarmi. E’ fatta. Domani passa in sede.
– Ma, ma..
– Mariavittoria! Facciamo un brindisino con lo champagnino, cara! Dado, brinda anche tu!
– …

Ecco, più o meno è andata così.
Da quello che mi hanno detto, Daniele la sera esce con gli amici e racconta un po’ la roba.

- …e vogliono che faccia questo programma. Il fatto è che mi faranno passare per un burino totale, un coglione grezzissimo. Ragà, lo sapete che mi sono fatto un culo quadro tutti questi anni, boh… non so..
– Naaa, Dani..diventi famoso, cazzo!
– Si, ma sembro un cojone totale..
– Danie’, ma te hai idea di quanta figa ti ritrovi se vai in televisione?
– Te dici?
– Fidate. Dani, fallo per la figa.
– Per la figa?
– Per la figa!

Quindi Daniele inizia a girare il programma.

Napoli. Ed è peggio di quello che pensa. Prima di tutto ha un copione scritto la mattina stessa da tre ex sceneggiatori di Paperissima Sprint, poi la qualità del tutto è pessima: le comparse sono cugini i nipoti del tipo che dà la roba al cazzone, e la troupe si ritrova con l’attrezzatura a Caserta, per cui rimangono tutti fermi in questo albergo con l’aria condizionata troppo fredda, a gelarsi il culo e rompersi il cazzo fino alle sei del pomeriggio,
Il ragazzo di Annina dice che devono ripetere le battute centinaia di volte, che sono sempre peggio. Racconta che, nelle parti girate per strada, è un continuo passare di ragazzetti in motorino che pigliano per culo; che tutti sono super imbarazzati… di quelle cose che non sai dove cazzo guardare.

 

Daniele torna a casa la sera e sente gli amici.
– No, ragà, non ce la posso fare. Mando tutto a puttane. Non sto a raccontarvi il disagio. Io non so come la monteranno, ma vi giuro, non posso.
– Naaa, Dani, vedrai che col montaggio e la musica diventi un figo totale.
– Te dici?
– Certo! Daniè..ma te hai idea di tutta la figa napoletana che ora vorrà dartela?
– Ma, non so. Non c’erano mica tipe. Ad una certa è partito un finto coro calcistico in cui cantavano funiculì funiculà. Ragà, m’imbarazzo a raccontarvelo..
– Dani. Te l’ho detto, fallo per la figa.
– Per la figa?
– Per la figa!

La settimana dopo in Sicilia. Il ragazzo di Annina racconta che a Daniele danno questo copione che è ancora peggiore dei precedenti. È scritto in un romano da caricatura, con una serie di freddure che anche il Gabibbo si sarebbe rifiutato, e con intermezzi sul genere: “Daniele si tocca i baffi e li arriccia con fare sexy”, “Daniele guarda verso la macchina strizzando gli occhi alla vista di un grosso affettato locale”. Dice che gli fanno mettere una maglietta strettissima… Si vedono i muscoli, lascia fare…

- Ragazzi, davvero. Io smetto prima che vada in onda. Cazzo, mi hanno fatto leggere le robe da wikipedia. E semplicemente hanno tagliato le sillabe finali. Cristo, ho dovuto dire: “Aò, la città di Catania sta ner centro della maggiore conurbazione d’a sicilia. L’agglomerato urbano sta a superà ampiamente i confini der comune, ed ha una popolazione di 572.302 deggente. Anvedi!”. Sto male, ragà, sto male.
– Naaa, Dani. Te dici così che ti fa strano, ma dall’esterno vedrai che figo che sei..
– Te dici?
– Fidate! Il romano acchiappa..
– Ma non è mica romano, ragà. Me fanno solo dire ‘’sticazzi’’ al posto de ‘’mecojoni’’.
– Daniè, fallo per la figa.
– Per la figa?
– Per la figa!

 

Il ragazzo di Annina, che s’è fatto tutte le puntate, dice che la roba peggiorava sempre di più. Che a ‘sto povero ragazzo, vestito sempre più aderente, hanno prima depilato le sopracciglia e poi iniziato a disegnare altri tatuaggi col pennarello. Racconta che i dialoghi si sono ridotti ad una caricatura dell’Alberto Sordi di fine anni ’80 e le comparse venivano raccolte tra gli scartati del pubblico di Amici di Maria de Filippi. Dice che alla fine c’erano talmente tanti sponsor che ‘sto povero cristo passava il tempo a masticare gomme, mettersi deodorante ‘’ppecchè ce vole ppè coprì l’odore der fritto, aò..”, bere birre con l’etichetta in vista, fino al limite di farlo sedere su un water, per un’azienda di cessi di Sassuolo, perché…“Dopo na magnata..quanno ce vò, ce vò..”.

Trascorsi due mesi, a montaggio finito e dopo un po’ di After Effects, il capoccia di Real Time chiama Daniele.
– Carissimo! Ho visto il girato. Bene, ottimo! Ora non ci rimane che  girare l’ultima puntata, così introduciamo lo stacco per la prossima serie. Si, mio caro! Ne facciamo subito un’altra! .. ovviamente con qualche modifica, chiaro..
– Si, guardi. Volevo proprio dirle che secondo me questa roba del cuoco burino, grezzone che non sa la differenza tra olio d’oliva e burro..ecco.. non mi sento molto a mio agio..
– Si, si. Ma certo. Infatti vogliamo muoverci su un’altra linea. Molto più elegante. Niente cafonaggini. Il pubblico è cambiato, Lele. Posso chiamarti Lele?
– Daniele va benissimo. No, ma guardi.. ho un sacco di esperienza, potremo parlare di cucina internazionale, preparare dei piatt..
– Vecchio! Vecchio! Vecchio! Già sentito! La tv è cambiata, Lele! Ti spiego, siediti..

Daniele torna dagli amici ed ha una faccia davvero dimmerda.
– Ragà, che cazzo ho fatto… Ho firmato per la prossima serie.
– Bella Dani! Te ci diventi mejo di Cracco, ti fanno fare la Clerici della Tiburtina..
– No, ho fatto ‘na cazzata.
– Ma non ti preoccupare, Daniè.. ma hai visto le tipe che ti scrivono? E manco è andata in onda la roba!
– Credetemi, ho fatto una stronzata.
– Dani, smettila di fare la ragazzina. Sei in televisione, cazzo. Ti vergogni che ti fanno fare il burino? Ti metti problemi che sembra che non ne sai un cazzo? Dimmi pure che non va bene che ti fanno scoreggiare per sponsorizzare il profumo per gli ambienti.. Sticazzi, Daniè, stiggrandissimi cazzi. Per cosa abbiamo sempre detto che lo fai?
– Per la figa..
– E allora, appunto..
– Si, ma raga’..la prossima serie è peggio. Credetemi.
– Te fanno andà vestito da centurione al colosseo mentre canti gli stornelli? Dai, Dani, piantala.
– No. In pratica dice che non tira più sta cosa del cuoco macho un po’ rock’n’roll. Che c’è una roba simile su mediaset premium. Che ci vuole più attenzione..
– Eh, vedi, non sei contento? Magari così riesci pure a dimostrare meglio quello che sai fare.
– No. La serie prossima sarà incentrata su cibo e lifestyle. Girerò l’Italia, tra spa e locali notturni e prepareremo del fingerfood con il mio nuovo assistente Pamela..
– Bomba! Dai, che figata..minimo una topa stratosferica.. Grande Dani!
– Aspetta, Pamela è un trans amico del produttore. E in pratica gireremo tutti i locali notturni dove io cucinerò in costume da bagno, mentre Pamela mi fa dei tutorial di makeup ed Enzo Miccio arriva e mi spiega come vestirmi per essere glamour. Poi faremo dei brevi talkshow mentre mangiamo, con ospiti come Jo Squillo e il Maestro Mazza..
– Daniè, ma stai a scherzà?
– No, raga. Alla fine magari viene una roba carina, no? Sperimentale. E poi mi avete detto sempre di farlo, no?
– Per cosa ti dicevamo di farlo?
– Per la figa!
– Appunto.
– …
– Addaniè..me sa che hai proprio fatto ‘na stronzata.

Ophelia

Ora mi metto a camminare e faccio il giro della città.
Perchè non posso farlo dentro la mia testa, dove le strade sono troppo complicate e rischierei di incontrare cose che mi distruggono il cuore.
Spero solo di riuscire a non smettere di camminare per un mese intero, per poi fermarmi e sperare di trovare qualcuno che mi abbia aspettato mentre imparavo la mappa di quello che voglio.

ps: manco questo post fa ridere, lo so. Sono triste, cazzo. E sto diventando un’adulta, di quelle con i ragionamenti sani e le scelte ponderate.

però è giusto che almeno voi abbiate di meglio.

Madagascar

Sto passando la domenica di Pasqua a guardare un documentario sul Madagascar.
Ha la musica giusta, anche se credo sia una roba greca e un sacco di animaletti con gli occhi enormi che non sono in grado di camminare su quattro zampe, ma saltellano avanti e indietro come ho visto fare una volta che sono finita in questa serata piena di gabber fuori tempo massimo.

Ogni volta che penso ai gabber mi viene in mente la stazione degli autobus di Cagliari.
Quando ero ragazzina e facevo sega a scuola ci passavo le ore.
Nel piazzale degli autobus c’è una scala a chiocciola che non si capisce dove porti e i gabber si mettevano là.

Non so se fossero veramente gabber. Avevano le zeppe e le creste colorate e lo spiegavano alle vecchiette di Villagreca che erano gabber, quando queste si avvicinavano a chiedere perchè fossero conciati in quel modo, cessu.

La stazione degli autobus di Cagliari è davvero molto brutta: tutto il pavimento è fatto con una sorta di colata di plastica nera e unta, coi cerchietti in rilievo e gli orari degli autobus sono scritti a su dei fogli A3 rinchiusi in bacheche ancora più unte, dove i ragazzini attaccano le cingomme e non sai a che ora passa l’autobus per Ales.

Per capire gli orari devi essere molto bravo a calcolare seno, coseno e la tangente che passa tra quello che va ad Oristano delle 14.23 e il Guspini delle 14.25.
Se sbagli finisce che ti trovi a Villaputzu e un mio amico mi ha detto che è un posto strano e non lo conosco abbastanza per pensare che menta.

E poi in stazione degli autobus, quando ero ormai all’università, hanno aperto il mecdonal e l’odore di fritto era ovunque.
Fritto, olio di palma, sebo di adolescente, orlo di gonna di signora che va al Brotzu a trovare la suocera (che rimanga là quella bagassa, mancasimmorrada).

Distese di confezioni di eppimil e cisburgher che rotolano tra le vene varicose e le scarpe a punta delle badanti che sono arrivate qua da Sofia, ma non hanno comunque capito bene dove sono. Quando c’è il maestrale volano e creano vortici con i mozziconi di sigaretta e i biglietti pluriobliterati.

E poi c’è un vecchio.
C’era, almeno.

Ogni mattina prendeva l’autobus da Serrenti a Cagliari.
Ogni cazzo di mattina.
Arrivava in una rosticceria che c’è in Via Roma, in fondo, vicino a Piazza del Carmine e comprava quattro polli arrosto.

Ogni giorno.

Questo signore aveva anche il pannolone, perchè mi sa che tanto bene non stava e quasi sempre durante la mattinata finiva che si cagava addosso.
Glielo vedevi proprio, quel panno tirato giù dalla forza di gravità del mucchietto di stronzi che gli lievitava in quella mutanda di plastica.

Verso le due del pomeriggio tornava a casa.
Prendeva quell’autobus gremito di studenti fuori sede, liceali di Ussana e donne in nero con enormi radiografie sottobraccio e si sedeva sempre nello stesso posto.

Odore di pollo arrosto e merda umana.
Pollo e merda.
Intensissimo.
Con quaranta gradi.
Pollo e merda.

Ancora me lo sento nel naso.
Ti rimaneva nella pelle, tra i capelli.
I ragazzini gli urlavano che sugunnuchitindadi si sciacquasse, le signore bisbigliavano bestemmie mentre si facevano fresco sventolando le ricette rosa.
Lui niente.
Ogni giorno quattro polli arrosto e quel panno gravido di diarrea.

Mistero

Ogni mercoledì guardo Mistero.
Oggi c’era una tipa di Carbonia che dice che ogni tanto partorisce un alieno.
Ha mostrato delle foto dove sul tavolino per il rosolio, aveva messo un coniglietto scuoiato e diceva: “cessu, mi fanno fisso partorire alienini”.

Una volta io ho fatto una cacca grossissima, che se non fosse che sono una donna e queste cose non si fanno, avrei chiamato anche io Mistero.

Mi disturba un sacco che certe cose le donne non le possano fare.
Si, ovvio, a parte tutte quelle cose che riguardano il fatto che io abbia due lauree e un master e faccia le pulizie e la segretaria in palestra.
Anche pisciare in piedi mi piacerebbe.
Tutta la roba del pene mi piacerebbe.

Magari se scrivo a Mistero e chiedo se me ne fanno provare uno, mi rispondono.
Devo solo formulare correttamente la domanda, pensandoci bene.

Gian Van Gian.

Io e Coso ci stiamo sul cazzo.
Profondamente e reciprocamente.
Ad uno da fastidio sentire il nome dell’altra e viceversa.
Solo sentire che qualcuno parla dell’altro ci provoca una smorfia e un commento sarcastico su la coglionaggine/sfiga/arroganza e qualsiasi altra nefandezza che attribuiamo all’altro.

Perchè?
Ah, non lo so mica.
Ogni avvenimento che tiro fuori per confermare alla gente che inutile testa di cazzo sia, in un certo senso non riguarda qualcosa che ha fatto a me. E viceversa.
Ci conosciamo da 10 anni e non abbiamo mai scambiato più di 20 parole.
Abbiamo gli amici in comune, presumo che siano stati loro il veicolo di conoscenza e disprezzo reciproco.

Per esempio, mi ricordo che era fidanzato con una delle donne più idiote che abbia mai visto.
Una completa imbecille che una sera mi fece un lunghissimo discorso sul fatto che mia sorella fosse un’arrogante stronza e di quanto lei la odiasse.
Mia sorella.
La mia risaputissima ragione di vita.

Un’altra volta mi ricordo che, mentre eravamo tutti a tavola a casa di amici comune, lui pretese che gli fosse rifatta la pasta perchè sosteneva di essere allergico al pomodoro, mentre prima s’era fatto un Bloody Mary.

Robe così, mica gravi.
Il resto sono io che leggo banalità e cafonaggini che scrive agli altri, che a denti stretti gli do del fallito o dell’invidioso.
E viceversa, ancora.
Le stesse identiche cose.

Sono sicura che abbia iniziato a considerarmi un’imbecille per qualche idiozia che avevo detto una di quelle sere in cui sono talmente sbronza o strafatta che ripeto la parola mano fin quando non so più cosa vuol dire.
Robe così.
Mica gravi.

Sta di fatto che abbiamo una foto insieme, non si sa fatta da chi o quando.
E se la vedessi, ti giuro, non sembrerebbe neanche che ci stiamo così sul cazzo.

Anna Karenina

Tuo fratello è un puttaniere e tu sei una mignotta, col marito che è un enorme cazzo in culo. Freghi ad una minorenne minorata un puttaniere pure peggio, per cui quella finisce con un contadino che la munge tra la tundra. Col puttaniere trombi da dio, ma si sa che queste cose non durano, sorella, cazzo ti credi? Il treno delle 12.27 è in orario.

Fine.

Quanto sono miserabile adesso?

Perchè gli amori dell università non rimangono cristallizzati nel tempo? Perchè hanno l’esigenza di crescere e diventare noiosi?

Parlo proprio del concetto di amore, non del soggetto.
Che poi non sono persone noiose, sono ancora individui interessanti e possibili amici da ascoltare per ore. Semplicemente ci si chiede perchè si abbia dovuto spendere anni di lacrime e umiliazioni, perchè non sia stato possible vivere le robe con serenità sapendo prima che a trent’anni ci si sarebbe ritrovati al massimo con due o tre canzoni in comune.
Meno male che sono un’alcolizzata e quindi ho tirato giù delle litrate, mentre l’autocommiserazione si affacciava al nostro tavolino.

Un mio amico, che ho mantenuto da quel calderone dei tempi di esami e birre bevute per terra, dice che sono una che mandava ai gruppi che le piacevano foto con addosso solo un poster di un loro concerto. O che mandava lui, a Pisa, a farsi offrire una birra da musicisti con la sola forza di pronunciare il mio nome. Dice che non sono cose che passano, ce le ho nel sangue, come i cavalieri jedi, o i microcitemici.

E invece sono finita a fare quella che, al concerto dei Matmos, cazzia i ventenni perchè nel silenzio della sperimentazione elettronica e gaia, urlano per far sentire alla gente intorno che sanno un sacco di cose sulla band e che-metti che li stia ascoltando qualcuno di importante-magari li fanno pure scrivere su rockit e allora si che l’indie italico tremerà di fronte alle stoccate di Giampiero da Noci, studente al 2° di Lettere Moderne.

Certo, sono stata odiosa: “Bella ragazzi, siete i più fighi, le sapete tutte. Ora statevi zitti, cazzo, che avete rotto i coglioni”.

Mi hanno dato della troia o della stronza. Probabilmente entrambe.
D’altra parte sono vere entrambe.
Sicchè.

ps: questo post non fa ridere e non ha neppure nessun senso. Ma io ho due ore di sonno, voglio litigare coi vicini e  una notte si e una no, qualche cazzo di tossico di merda tenta di entrami in casa.